La deriva dei sindacati, ovvero le responsabilità dell’immeritocrazia

di Francesco Rubera


L’inefficienza della P.A. è legata all’appiattimento delle carriere che il sindacato ha
contribuito a creare, distruggendo la meritocrazia. Il sindacato giallo è stato da sempre vietato dallo statuto dei lavoratori, ma il divieto di legge non è stato sufficiente ad evitare che esso potesse ingiallirsi nel tempo, come le pagine di un vecchio libro che racconta i fasti e le storie di altri tempi che furono, tempi sessantottini che, se raffrontati al presente, trasmettono il senso di angoscia e di metamorfosi attraversoil degrado delle dinamiche, che da logiche democratiche di contrattazione hanno segnato il passaggio verso la crisi del ceto medio, che ha visto passare i suoi diritti economici dalla concertazione attraverso dialogo sociale, sino alle decisioni legislative, a causa della costante delegittimazione del ruolo sindacale, che nel tempo ha distrutto le aspettative del ceto medio.

Una tesi ben motivata, sostenuta in un articolo di Alfio Squillaci sul sito “Gli stati generali.com”, dal titolo “La società chiusa e i suoi amici. Quale meritocrazia per il sindacato?”, afferma che, paradossalmente, il sindacato ha contribuito a distruggere il tessuto produttivo delle aziende pubbliche sminuendo la meritocrazia e conducendolaverso l’appiattimento. Il riferimento riguarda le OO.SS. operanti nel settore pubblico allargato,compresi gli enti pubblici, le società partecipate a maggioranza azionaria pubblica, in cui gli enti pubblici territoriali o lo Stato hanno il controllo totale del capitale azionario (si tratta di 4, 5 milioni di lavoratori circa in Italia). Secondo l’autore, in quelle realtà lavorative impera una “legalizzazione del clientelismo” quasi consuetudinaria, specie nelle aree economicamente depresse del paese. Il riferimento dell’autore non è al sindacato delle fabbriche, che ha altre tradizioni e interessi da tutelare, ma (condivido l’analisi settoriale) agli Enti pubblici e alle aziende a partecipazione pubblica, ove non esiste neanche la logica del concorso pubblico, nonostante gestite con soldi pubblici.

L’autore, nell’analizzare le cause di responsabilità sindacale riguardo alla distruzione della meritocrazia, richiamaun articolo di Bruno Trentin pubblicato nel 2006 su l’Unità. Bruno Trentin era un sindacalista di altri tempi, uomo di sinistra, di cultura raffinata come da tradizione Berlingueriana, che contestavaapertamente e coerentemente alla sua ideologia, pervasa da un ibrido pensiero innovativo liberal-socialista frammisto ad un innato bolscevismo/culturale, il sistema premiante, inteso quale denaro elargito dalle aziende ai lavoratori secondo un parametro di attribuzioni e riconoscimenti meritocratici decisi dal datore di lavoro e basato sull’attribuzione delle qualifiche e delle competenze dei lavoratori. Secondo Trentin, il sistema delineato celava il rischio di rendere il datore di lavoro, arbitroindiscusso e, contestualmente artefice, dei destini della classa lavoratrice. Il sistema premiante poteva essere un’arma data in mano ai datori di lavoro per mettere contro i lavoratori e, quindi per meglio “controllarli e amministrarli”, utilizzando il meritoquale metodo di riconoscimento delle qualifiche e delle competenze dei lavoratori.

A ben vedere, quindi, Trentin temeva la meritocrazia, riteneva“qualificazione e competenza” in contrapposizione al merito, invece di riconoscere che proprio quelle eranole qualità costitutive del merito stesso. Il suo timore che l’azienda dovesse valutare e riconoscere la meritocrazia lo indusse a rifiutarla in blocco, paventandone i rischi di un uso distorto che indebolisse la classe sociale più debole. Trentin ragionava secondo i preconcetti di contrapposizione del blocco tra capitale e lavoro, liberismo e comunismo, che anziché vedere come stesse facce della stessa medaglia che è lo sviluppo economico e la piena occupazione, venivano relegati nella più angusta visione della lotta di classe. In tal modo, innalzava un muro di contraddizioni e sospetti avverso la libertà di esercizio di impresa, attraverso un atteggiamento sospettoso e contrario alla stessa idea della premialità, senza pensare che l’interesse dell’imprenditore potesse essere quello di massimizzare la produzione secondo una visione economica e non ideologica della società, quindi più obiettivo e conforme ai dati empirici. Ed invero, quella scelta del sindacato, anziché affrontare i rischi di affidare le valutazioni al datore di lavoro, ha appiattito per decenni la meritocrazia e le carriere dei lavoratori della P.A.,consegnando il mondo del lavoro alle mortificazioni di un insensato ed amorfo egalitarismo. In pratica, si contrapponevano due visioni totalmente opposte dell’economia e della distribuzione della ricchezza secondo meritocrazia: liberismo e comunismo. Da un lato l’idea liberista di premiare i lavoratori secondo un concetto individuale di valorizzazione delle risorse umane”, elemento centrale e indispensabile alle aziende per la proficuità della produzione che mette al centro l’individuo; dall’altro l’idea liberal/socialistache paventa il rischio di uno sfruttamento dei lavoratori e che esorcizza il fantasma del padrone, offrendo una proposta di distribuzione a pioggia della retribuzione premiante diretta al gruppo e non alle individualità, in base a valutazioni di andamento dell’azienda su obiettivi prefissati annualmente (che quindi premiava il gruppo senza distinguere tra lavoratori meritevoli/produttivi e lavoratori non meritevoli/lavativi). Secondo Trentin, la discrezionalità della scelta datoriale era troppo rischiosa all’interno delle dinamiche del gruppo. La politica sindacale di quegli anni ha visto un sempre maggiore espandersi del potere sindacale, non solo all’interno delle contrattazioni sindacali aziendali con un incremento delle relazioni aziendali, attraverso la contrattazione di secondo livello, come giusto che fosse in nome di una democrazia partecipativa dei lavoratori, ma ha anche rappresentato una svolta della stessa idea di democrazia rappresentativa nei luoghi di lavoro, in seguito alla  distorsione del poteresindacale che per parafrasare l’aneddoto andreottiano si potrebbe tradurre nel famoso: il potere logora chi non ce l’ha”.

E’ stato così che il sindacato è stato visto come un affare per alcuni pseudo – sindacalisti e faccendieri, che dietro l’impotenza datoriale a fronte del potere sindacale, hanno intravisto una vera occasione d’oro. Molti rappresentanti, motivati dal logoramento, iniziarono a mutuare cariche sindacali nella qualità di raccattatori di tessere per conquistare poltrone, quasi un parallelismo a quanto accaduto in politica. Chiunque raccattasse più tessere, perché amico degli amici, otteneva più consensi ed avrebbe ottenuto più ruoli all’interno della struttura sindacale, oltre che in quella parallela, aziendale.  Nello stesso articolo di Alfio Squillaci, si fa richiamo alla scena di un film canadese dal titolo: “Le invasioni barbariche(2003)” di Denys Arcand, che racconta le illusioni e ifallimenti della logica illiberale e non meritocratica della sinistra sindacale, sino a mettere a nudo gli aspetti paradossali del sindacato: un giovane senza scrupoli, cerca di fare ricoverare in ospedale il vecchio padre gravemente ammalato e riesce nell’intendo, masolo corrompendo un gruppo di sindacalisti, che in quella scena vengono rappresentati mentre giocano a carte nell’astanteria dell’ospedale ( quasi a sottolineare la loro dannosa improduttività), i quali, dettaglio non da poco, “stringono in pugno” la direttrice dell’ospedale, che con un cenno del boss del sindacato trova subito il posto all’anziano malato.

In un paese civile non può bastare l’iscrizione al sindacato per fare carriera”, è una dichiarazione diRenzi in una intervista rilasciata domenica 8 dicembre 2013, su “IL MATTINO”. Sorge spontaneo chiedersi:come è possibile che il sindacato controlli, come descritto nella scena del film canadese, la dirigenza dell’ospedale? Come è possibile che, nella realtà,Renzi nel 2013 accusasse apertamente il sindacato di favoreggiare al clientelismo? Semplice: è successo che il sindacato dei lavoratori cominciato a infiltrare i loro quadri, dentro l’organigramma aziendale in posizioni di comando. Ecco, quindi, che molti dirigenti dell’organigramma aziendale, oggi sono totalmente espressione dell’organigramma del sindacato, presente o passato, sino a raggiungere, molto spesso, livelliapicali in aziende pubbliche. Ed è stato proprio questa metamorfosi del ruolo del sindacato che ha indebolito i lavoratori. Si è passati dal “rappresentare” i lavoratori che, invece, nei fatti vengono controllati e diretti dal “capo aziendale” che spesso è contestualmente un ex sindacalista, rimasto fedele al sindacato che lo ha piazzato in quella posizione. Ecco, questo è successo negli ultimi 40-50 anni (a partire dalla legge 300/70). Si è partiti da una lotta per la conquista di diritti dei lavoratori per giungere ad una battaglia per l’accaparramento dei privilegi.L’osservazione è fondata, visto che oggi il sindacato, in molti comparti, è tanto potente che di fatto ne governa, seppure in maniera occulta, settori aziendali o interi reparti, se non in casi estremi le stesse aziende nel loro complesso.

Il sindacato giallo è stato da sempre vietato dalla legge, ma il divieto di legge non ha evitato che esso potesse ingiallirsi nel tempo, come le pagine di un vecchio libro che racconta i fasti e le storie di altri tempi che furono, tempi sessantottini che, se raffrontati al presente, trasmettono il senso di angoscia e di metamorfosi attraverso degrado delle dinamiche economico-sindacali, che da logiche democratiche di contrattazione hanno segnato il passaggio dalla concertazione al dialogo sociale, con una delegittimazione del potere sindacale sempre più evidente, sino ad essere sostituite dalle decisioni del legislatore, che in questi anni si è inserito nei rapporti tra le parti sociali in un ruolo istituzionalmente non suo, ma a causa della delegittimazione stessa delle parti sociali. Intere materie che in altri tempi la contrattazione avrebbe gestito secondo il rispetto dei ruoli della contrattazione tra le parti sociali, oggi vengono disciplinate dal legislatore. Il sindacato ha perso rappresentatività per i suoi accordi, che lo hanno delegittimato. Non è, quindi solo la storia che è cambiata dopo la globalizzazione dei mercati verso la deriva liberista, ma i lavoratori dovrebbero chiedersi con spirito autocritico: cosa altro è cambiato oltre alla storia che portò alla creazione della legge 300/70?E’stato un errore storico il 68? O forse l’errore storico è legato all’ involuzione del ruolo del sindacato? Le domande sorgono spontanee, basti osservare i meccanismi di funzionamento e l’aggressivitàricattatoria nella mediazione sindacale da una parte e dall’altra.

E’ successo un fenomeno allarmante e sempre più frequente: da un lato, in molti casi, si sono negoziati i diritti con i favori nei modi tipicamente più beceri delle transazioni clientelari, sino a quelli più sottili e motivati in nome del mostro della crisi dei mercati per legittimare la flessibilità, panacea di tutti i mali del mercato. Dall’altro lato, è cresciuta a dismisura una élite sindacale sempre più lontana dalle logiche per le quali nacque storicamente il sindacato,tanto potente quanto invasiva, che ha massimizzato spudoratamente tutta la forza del gruppo organizzato verso la conquista del proprio benessere individuale in nome dei lavoratori che non rappresentano più, ma che preferiscono controllare. Una casta che con l’utilizzo di concetti di flessibilità selvaggia, ha fatto passare logiche aziendaliste di massimizzazione del profitto, inculcando nei lavoratori il terrore della perdita del posto di lavoro, quale contropartita dello scambio. In tutto questo, c’è il crollo della meritocrazia, si è firmato un patto con il diavolo che ha minato alla base la modernizzazione del paese. Loro si sono eretti a paladini della difesa prima contro il licenziamento individuale e collettivo che avrebbe potuto causare il mostro della crisi globale in tempi di partitocrazia sfavorevole, poi, in epoche di partitocratiche favorevoli hanno manifestato con il silenzio assenso le scelte che prima avevano avversato.

Anche la storia dei licenziamenti e le dinamiche legislative (abolizione dell’art. 18 della legge 300/70), volute da Berlusconi prima, con la guerra dei sindacati e approvate da Renzi dopo, con la pace sindacale, non hanno portato alcun aumento o miglioramento per nessuno, dimostrandosi semplicemente inutili, ma utili solo a far crollare i consensi del rottamatore e di Berlusconi, che sono stati considerati, non a torto traditori degli interessi di una larga parte di elettorato, rappresentato dal ceto medio. Nessuno ha compreso che il vero danno ai lavoratori è stato arrecato dalla metamorfosi delle dinamiche contrattuali,depauperate dalla distrazione delle cordate intende a distribuire cariche e poteri individuali, spesso anche attraverso cariche politiche, o incarichi di sottogoverno e non legato non alle scelte sindacalidegli anni 60/70, ma al cambio di pelle dello stessosindacato. Potrei stupirvi su più argomenti, noti e meno noti ma mi limito solo al caso emblematico: basti pensare agli assegni pensionistici liquidati a illustri pensionati ex segretari nazionali dei sindacati confederali che neanche il Presidente della Repubblica riceverà.

Fino a qualche anno fa i sindacalisti occupavano il terzo posto al parlamento, dopo i magistrati e gli esponenti dei mass media. Essiavevano ben due uomini ai vertici delle istituzioni: Marini al Senato e Bertinotti alla Camera. Non sto qui ad elencare i vari politici locali e a capo di istituzioni territoriali: province, comuni ecc. Ricorderete Sergio Cofferati, capace di trascinare in piazza 3 milioni di italiani da sindacalista e da sindaco di Bologna contestato da tutti i lavoratori del Comune. L’attivismo sindacale si assicura attraverso una amplificazione dei vertici e dei ruoli sindacali, unesercito di cariche: segretari generali, segretari nazionali di categoria, segretari generali aggiunti, vice segretari generali, segretari regionali generali e di categoria, componenti i direttivi nazionali, provinciali e delle camere sindacali comunali, segretari provinciali, segretari aziendali catapultati attraversocooptazioni a vario titolo. Tutti percettori di benefit: permessi sindacali retribuiti, rimborsi spese con i contributi dei lavoratori, spesso anche incarichi con cospicue retribuzioni, tanto per citarne alcune: Larizza ex presidente del CNEL e gli innumerevoli presidenti Inps nazionale, regionali e provinciali di estrazione sindacale confederale.

Questa è la nicchia di potere che negli anni si è costruito il sindacato, dimenticando il suo ruolo di difesa dei lavoratori. E mentre il furbetto del cartellino veniva licenziato, il sindacalista in permesso sindacale fisso, che accompagnava la moglie al supermercato non poteva neanche essere denunciato dal datore di lavoro, poiché rischiava una denuncia-querela per condotta antisindacale. In pratica il sindacalista era insindacabile. Questo paradosso è il risultato complessivo di questa intermediazione aggressiva che ha rappresentato la causa della distruzione sistematica delle migliorimenti pensanti, distrutte da un cecchinaggio permanente di molti autoreferenti sindacalisti privi diintelligenza critica, ma posti in situazioni di potere.

Il sindacato dei lavoratori si è trasformato in una sorta di fabbrica dell’obbedienza che ha segnato la demotivazione e la fine di molte forze vive della nazione dotate di spirito dialettico. Questo è il dramma profondo che segna la crisi del ceto medio della classe lavoratrice, non la storia del 68 e neanche il modello della destra liberale.