Orsina intervista

Orsina: «Il putinismo in Italia è finito. Draghi? E chi lo sposta più!»

 «Mani Pulite? Avevamo la grande opportunità di ricostruire il sistema politico e non l’abbiamo fatto». È stato tranchant il professor Giovanni Orsina, storico e direttore della School of Government della Luiss. Abbiamo conversato con il docente e politologo, appassionato di giornalismo sin dai tempi del liceo, di tante e tante cose: dalla stagione di Tangentopoli alla crisi del bipolarismo, dalla rielezione di Mattarella alla guerra in Ucraina. Il mondo intero è col fiato sospeso: «Ci sono troppe incognite ancora, ma mi sento di dire che per il momento Europa e Alleanza Atlantica hanno reagito con più compattezza di quel che si ci potesse aspettare». Il tono di voce di Orsina si è fatto più severo quando abbiamo parlato del presidente Putin; ci siamo trovati d’accordo nel dire che la presenza di Draghi a Palazzo Chigi sia una garanzia per il Paese.

Nel suo ultimo libro, edito da Rubettino, «Una democrazia eccentrica», Lei, professore, parla dei fattori che hanno portato all’esplosione della Prima Repubblica, con ricadute con cui il nostro sistema politico sta facendo i conti ancora oggi, a distanza di trent’anni. Ci aiuta a capire?

R: «Il crollo della Prima Repubblica c’è stato perché quel sistema politico lì non funzionava più; in un certo senso, possiamo dire, che aveva oltrepassato la propria utilità storica. E la caduta è avvenuta molto male, perché non si è verificata per via politica, ma per via giudiziaria. Mani Pulite ha squilibrato molto il rapporto fra politica e magistratura: ha messo in circolazione in Italia delle fortissime tossine anti politiche, di forte ostilità nei confronti dei partiti. Risultato? Nei trent’anni successivi il sistema politico non è stato capace di riorganizzarsi. In sostanza noi abbiamo sostituito una macchina che funzionava molto male con un “non-sistema”, o quanto meno con un assetto dei poteri estremamente traballante. La crisi è stata così profonda che la politica non è stata in grado più di riformare sé stessa. Si è passati così da un equilibrio instabile all’altro, senza riuscire a ritrovare un po’ solidità».

Mani Pulite poteva seriamente essere un’opportunità di rinascita. Anche la Magistratura, oggi in crisi di credibilità, ci fa pensare di averla persa.

R: «Assolutamente sì, occasione persa. C’era la chance di ricostruire il sistema politico, di modernizzarlo, rendendolo più efficiente, democratico. Avviare appunto un processo di adeguamento dell’Italia al contesto internazionale. Dopo trent’anni non abbiamo ottenuto nulla di tutto quanto questo. Non l’abbiamo sfruttata al meglio, anche perché, è bene ricordarlo, quell’occasione si è presentata con una serie di caratteri, che secondo me non erano positivi. A partire dal fatto che al centro di quell’operazione c’era il potere giudiziario, cosa che non appartiene alla fisiologia di un sistema democratico».

Orsina mani pulite

E ne scontiamo gli effetti. Il blackout dei partiti l’abbiamo visto anche con la rielezione di Mattarella.

R: «Ma certamente. Dopo la crisi della Prima Repubblica il sistema si era strutturato attorno a Silvio Berlusconi. E già questa se ci pensa è un’anomalia: un sistema politico apparecchiato attorno ad un individuo! Quando il berlusconismo è entrato in crisi nel 2011 con l’avvento del governo Monti ci siamo in una situazione di completa destrutturazione del quadro politico. È emerso il M5s, che ha creato ancora più problematicità, perché ha rappresentato una realtà al di fuori dello scontro classico fra destra e sinistra. I partiti sono diventati sempre più deboli; la destra, il centrodestra senza un Berlusconi forte, si è sfibrato. Siamo entrati quindi in una situazione di grandissima instabilità. Il tentativo di Matteo Renzi è durato poco, giusto un paio di anni. Da quel momento in poi i partiti non sono più riusciti a controllare il gioco. L’ultima, la rielezione del Capo dello Stato Sergio Mattarella, ne è un sintomo molto chiaro. L’unica strada a disposizione dei partiti quella di conservare gli assetti esistenti, rieleggendo qualcuno che aveva fatto già sette anni di mandato. Una sorta di monarchia repubblicana».

Orsina draghi

Come può la politica ritrovare linfa vitale? In che modo ripartire?

R: «Credo che sia molto difficile, perché è una situazione che si è molto incartata. Possiamo sperare. Mi lasci dire che qualcosa di nuovo che si muove c’è, anche se si tratta di progetti ancora embrionali. Ci sono ipotesi di nuovi partiti, dei tentativi. La verità però è che gli spazi restano abbastanza stretti. Dobbiamo considerare anche che l’elettorato è molto deluso, depresso. Diamone atto: l’esplodere del M5s è stato un segno di vitalità, di speranza. Chi ha votato i grillini è perché ci credeva sul serio. Aggiungiamo pure però che il mondo è ora in grande movimento e che quindi i fattori esterni potrebbero costringere la politica a rimettersi in gioco. Di fronte a due anni di pandemia, alla guerra in Ucraina e a chissà cos’altro ci aspetta nei prossimi tre o quattro anni, è possibile che la politica si reinventi. Poi le dicevo, gli elettori sono molto avviliti, alcuni cinici».

Quanto ha influito su tutto questo l’arrivo dell’ex numero uno della Bce a Palazzo Chigi? È d’accordo nel dire che Draghi ha acuito questo senso di smarrimento dell’elettorato, ma anche dei partiti stessi?

R: «Uno dei problemi della crisi del ’92/93 è che nasce perché quell’Italia non era riuscita ad adeguarsi al contesto internazionale, che a partire dalla fine degli anni Settanta era cambiato profondamente. Quest’adeguamento non c’è stato nemmeno in seguito: l’Italia non è riuscita ad adeguarsi ai vincoli del contesto internazionale. E i governi tecnici sono esattamente una spia di tutto ciò: quando la frattura tra interno e esterno si apre troppo bisogna ricorrere necessariamente ad una specie di commissario, che riporti il Paese ad armonizzarsi con il “vincolo” europeo. Monti è stato questo: l’urgenza allora era lo spread fuori controllo. C’era quindi la necessità di un governo che tornasse ad essere compatibile con il modello Europa. In maniera seppur diversa, è accaduto lo stesso con Draghi. Nel momento in cui l’Ue aveva da mettere sul piatto del denaro da gestire, voleva avere la garanzia che quei soldi venissero ben spesi. Ovviamente tutto quanto questo, come diceva lei, dà un messaggio a chi vota. Quando gli elettori si muovono in una direzione che non è compatibile con il vincolo esterno, più forte di quello interno, non si può che approdare ad un esecutivo tecnico. Da qui la sensazione del “tanto è una via già segnata”, che indubbiamente non contribuisce alla forza e credibilità della politica».

draghi Orsina

Spostiamoci sulla crisi ucraina. Come ne uscirà il governo Draghi? L’Europa?

R: «Dipenderà molto da quel accadrà nei prossimi giorni. Perché ancora ci sono tante incertezze: vincerà la Russia? Cosa ha in testa Putin? Fin dove si spingerà il leader del Cremlino? C’è tutta una serie di parametri che noi non conosciamo. Per il momento l’Europa e l’Alleanza Atlantica hanno reagito con più forza e compattezza di quel che si immaginasse. Non è male il risultato finora: la solidarietà è stata notevole. Esagerato dire: “Questo è il momento della svolta”, teniamoci alla larga da certi trionfalismi, però è vero che l’Europa ha incassato dei risultati importanti. Il governo Draghi dice? E chi lo sposta più? Impensabile una crisi ora. L’esecutivo Draghi è emergenziale: ora siamo d’accordo che Covid e Ucraina son due eventi diversi, ma sempre urgenze sono. O per una ragione o per l’altra una crisi di governo è inverosimile. Il premier oggi è decisamente più forte. Discorso diverso se ci spostiamo su Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e sul tema delle riforme: ecco lì c’è molto da fare. I partiti son divisi».

Orsina

Un’ultima battuta: le giravolte dei sovranisti su Putin come le commenta?

R: «A mio avviso Giorgia Meloni non è mai stata così esplicitamente filoputiniana come Matteo Salvini. Il leader della Lega si era esposto molto in quella direzione, con un paradosso secondo me immenso: prendere quel regime di Putin come modello di forza e di convinzione da importare in Occidente; salvo che quello stesso tipo lì difende ragioni che sono opposte al nostro modo di pensare e fare le cose. È una contraddizione vera e propria e non solo di Salvini. Oggi non c’è scelta, via le ambiguità. Non è il momento dei distinguo. Salvini c’ha messo un po’ a capirlo, la Meloni più velocemente».