La moderna metafisica della politica

di Nicola Iuvinale

Il bene comune è il fine cui tende la società ed il “reggitore” ha il dovere di perseguirlo.

La deviazione della forma di governo nasce dal perseguimento di interessi particolaristici da parte dei governanti.

Qui si riassume il più evoluto pensiero Aristotelico.

A distanza di millenni, definito l’assetto democratico dello Stato, potremmo sicuramente aggiungere che “la deviazione del fine politico” nasce dal perseguimento di interessi personali da parte dei partiti.

Perché?

Cosa ci hanno insegnato millenni di storia?

In una moderna società complessa, policentrica, pluralistica, multirazziale e globalizzata come la nostra, ci si chiede: a chi si dovrebbe delegare la decisione sui valori dominanti?

Alla Chiesa, alla massoneria, a Confindustria, ai sindacati, oppure ad altri?

Nessuno, storicamente, ha trovato un sistema di regolazione dei conflitti sociali migliore del gioco di interessi e consensi che può aggregarsi attorno ad una alternativa di proposte incarnate da formazioni politiche in concorrenza.

Tutti i promotori di soluzioni diverse da quella democratica non sono riusciti, storicamente, a possedere, tutta intera, la verità.

Ma, come affermato da Giorgio Galli nella “Storia dei partiti politici europei da 1649 a oggi” – scritto nel 1990 alla fine della prima Repubblica determinata da tangentopoli – vi è l’atavico problema della reale esistenza di una democrazia e di una “buona politica”.

Si osserva, ancora oggi, a distanza di trent’anni, che di vera e propria democrazia non si può parlare, giacché, in realtà, nel sistema occidentale a dirigere la politica sono élites e classi dirigenti limitate e ben determinate, formate dai partiti, che detengono il potere con un consenso più o meno consistente alle spalle.

Il cittadino può pacificamente sostituirle servendosi di libere elezioni, ma non può far altro che scegliere fra questa cerchia chiusa quale sarà quella che la dirigerà.

In quest’ottica, il singolo ha ben poco peso, specie se non è parte integrante di qualche forte gruppo di pressione; inoltre i partiti sviluppano una organizzazione burocratica che tende ad eternare un tipo di controllo oligarchico sulle istituzioni e sui canali di informazione e del potere (cit. Marco Rossi).

Anche i “movimenti denominatisi tali”, una volta conquistato un peso sociale e una porzione significativa di potere, hanno poi finito per presentare le medesime caratteristiche elitistiche e di apparato contro le quali erano sorte.

E’ la storia moderna che ce lo conferma. Da ultimo, il caso del Movimento 5 Stelle.

Ciò detto, allora, posto che altra forma di “governo o direzione” non esiste perché questa è la forma di democrazia che la storia ci ha consegnato, dobbiamo capire il perché la politica “elitaria”, negli ultimi trent’anni, non è riuscita neppure a perseguire il “bene comune” sociale.

Quel bene sociale che trova fondamento nel diritto positivo, nello stato di diritto, nella Costituzione che racchiude i valori da perseguire nella comunità democratica.

In parte dipende dall’incapacità della classe dirigente dei partiti, dall’altra nella reiterata volontà di non decidere, di non prendere quelle decisioni che, ineluttabilmente, vanno invece velocemente prese in un mondo globalizzato e iper-accelerato, per rendere il Paese all’altezza delle sfide che lo attendono.

Tutto questo immobilismo politico è dovuto essenzialmente per perseguire interessi personalistici ed ottenere un facile consenso elettorale determinato da vuoti proclami che cavalcano l’onda del moderno populismo.

In politica “l’omessa decisione” conviene per non scontentare nessuno; ma produce effetti contrari e nocivi sulla realtà sociale.

E’ il populismo allo stato puro, dannoso e improduttivo.

Sparito il “centro” dalla scena teatrale, si va dalla “sinistra”, ormai da anni disancorata da punti di riferimento ormai estinti (se non in famigerate dittature comuniste ancora esistenti), all’attuale “destra” populista, sovranista, antieuropeista e priva di valori per “il bene comune” espressa dalla Meloni e da Salvini.

Una destra che non può avere futuro, se non quello di portare avanti la comoda demagogia oggi incarnata nel facile trasformismo per puro interesse di sopravvivenza e di conservazione del potere acquisito.

Un trasformismo “varius multiplex multiformis”; a geometria variabile si direbbe in termini ingegneristici.

Allo stato attuale c’è poco futuro avanti a noi.

Questa destra, quella della Lega e di Fratelli d’Italia, non può avere futuro, non può perseguire quel “bene comune” perché totalmente disancorata anche dalla immanente visione europeista che si è dato il blocco dei paesi UE.

La Lega, al di là del trasformismo d’interesse rappresentato negli ultimi giorni per entrare nel Governo Draghi, non ha modificato il suo manifesto politico né quello presentato da Matteo Salvini per la sua elezione a Segretario del partito.

Lo scadimento politico, unito alla raminga solitudine autoassolutoria partitica espressa negli ultimi trent’anni, ha portato alla totale degenerazione del “sistema” paese facendogli accumulare un debito pubblico divenuto ormai insostenibile e costruito sul ricorso all’assistenzialismo di Stato che ha surrogato la crescita economica.

Ma questa è la tipica manifestazione del populismo: l’assistenzialismo ai gruppi di pressione che muovono le marionette della politica.

Gli ultimi accadimenti politici, crisi di Governo e il ricorso al bravo tecnocrate Mario Draghi dimostrano, absit iniuria verbis, il fallimento dell’intero schieramento partitico-istituzionale italico, della loro classe politica stantia, a-democratica e populista.

Ma Mario Draghi, prestato com’è alla politica, non ci guiderà per molto tempo.

Finita l’attuale fase emergenziale, con questi partiti, seppur eventualmente rimescolati in qualche informe contenitore in vista delle future elezioni politiche, si tornerà ancora al populismo, all’indecisionismo del “laissez faire” della dannosa élite politica?

Si, perché il tutto pare essersi omologato verso il “nulla”.

E’ necessario, quindi, un cambio di rotta.

I partiti sono però indispensabili in democrazia; ciò che conta è, allora, la buona politica. Quella che, per tornare a bomba, guardi al “bene comune” che parta dalla Costituzione dimenticata, dall’affermazione dei suoi valori, ancora non attuati nella realtà sociale.

La Costituzione e suoi valori patriottici, quei principi che ne stanno a base e che costituiscono espressione millenaria della storia italica vanno alimentati ogni giorno.

La realizzazione dell’uomo attraverso il suo sviluppo culturale, lavorativo, economico e sociale sono le basi della nostra comunità.

Quella società che ci ha visti primeggiare nell’arte, nella cultura, nell’economia, nel diritto; siamo stati i fondatori della moderna Unione Europea che in tanti disprezzano.

In tutto questo, in quest’ottica, va riaffermata anche la liquidazione della bellezza lato sensu, perché è uno dei fondamenti essenziali su cui è costruita anche la modernità e il futuro.

Vanno combattuti il nichilismo e l’oscurantismo voluto dall’a-democrazia partitica elitaria italica che, omettendo ogni decisione (se non quella intesa a soddisfare i loro vari gruppi di pressione) non ha guardato al “bene comune” e ha determinato, in ogni senso, l’omologazione al “nulla”.

Questa forma di nichilismo domina il nostro tempo attraverso meccanismi particolaristici, la disgregazione e la frammentazione completa dei saperi “neutri e senza fondamento” (cit. Stefano Zecchi “La bellezza” 1990).

La crisi politica di questi giorni deve essere considerata una possente e decisiva spinta verso la modernizzazione e l’abbattimento del “nulla”.

Quel “nulla”, l’effimero, l’assenza di fondamento, l’affabulazione retorica fine a se stessa della politica, che ha portato gran parte della società a rinunciare a qualsiasi capacità di incidere sulle – e dare senso alle – dinamiche sociali, legittimandosi unicamente attraverso l’aggregazione passiva al potere politico.

In un’epoca priva di significati esistenziali, per il “bene comune” va anche inseguita la bellezza in una ricostruita visione organica del mondo, dell’Italia, del suo divenire sociale, del ruolo primario e altamente nobile della politica.

C’é, allora, una visione, un giacimento di idee straordinarie ed inesauribili alle quali ricorrere sulla strada della ricostruzione?

Si. C’è una visione.

In questa si colloca la “buona politica” immaginata da Filippo Rossi nel suo libro “Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra”; tra i fondatori e Segretario Politico del partito “Buona Destra”.

Rossi nel libro “In un j’accuse tanto contro xenofobi e populisti quanto contro la sinistra anemica dei nostri tempi, propone un viaggio alla riscoperta di una politica che accetti la sfida del nuovo e faccia del cambiamento uno stile di vita, lanciando allo stesso tempo un appello a tutti coloro che si sentono viandanti culturali, migranti politici e che rifiutano la retorica delle radici e la tirannia degli album di famiglia”.

Una nuova “destra storica”, lontana dal facile populismo, dal vuoto, dal trasformismo di quella italica che ha scritto le brutte pagine dell’ultima storia.

Una visione del bello e della “bella Italia” sulla quale investire per raggiungere quel “bene ultimo comune” che la politica, quella con la “P” maiuscola, pur con tutti i suoi difetti innati, deve necessariamente perseguire.

Adriano nelle sue “Memorie” diceva “L’impero, l’ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto” (cit. Marguerite Yourcenar 1951).

Potremmo allora correttamente parlare di una “ Moderna metafisica della politica”, necessaria nell’attuale fase storica dell’affermazione del nichilismo e dell’oscurantismo politico voluto anche dalla destra ormai vecchia.

In greco ho pensato, in greco ho vissuto” direbbe la nuova “Buona Destra”, per rinnovare e distinguersi dall’altra.

Una visione, non utopia.

Anche Icaro ai suoi tempi era un utopista.

La storia, poi, ha dimostrato il contrario.