Ucraina

Ucraina, appello di una figlia per la madre presa dai Russi: “Salvate il soldato Taira”

Da due mesi e mezzo non si hanno più notizie del soldato Taira, nome in codice di Julia Paevska, paramedico volontario di Kiev, conosciuta nel Paese per le sue imprese sportive. Dal 16 marzo si sono perse le tracce: la sua body cam è stata rivenuta e mostra le immagini degli aiuti che stava dando alla popolazione dei dintorni di Mariupol durante un’evacuazione. Secondo quanto si apprende proprio durante quell’operazione lì sarebbe stata catturata dai soldati russi.

Il governo ucraino oggi ne chiede il rilascio negli scambi di prigionieri, ma il suo nome non compare mai nelle liste dei russi. La figlia 19enne Anna-Sofia Puzanova, riparata all’estero allo scoppio della guerra, è arrivata fino a Bruxelles per chiedere aiuto agli europarlamentari. “Salvate il soldato Taira”, il suo appello. E sui social dilaga l’hashtag #savetaira.

“Il 16 marzo, miliziani della Repubblica popolare di Donetsk hanno arrestato mia madre e il suo autista a un posto di blocco nel villaggio di Mangush, vicino a Mariupol”, ha ricordato Anna-Sofia al sito internet Svoi.global“Mia madre oggi non è più un soldato, era a Mariupol come civile, è un paramedico volontario. E il fatto che i russi la tengano prigioniera è una violazione dei diritti umani. Dico al mondo che mia madre per tanti anni ha rischiato la vita per salvare quella degli altri. E ora è il momento di salvarla dalla prigionia”. 

“Dopo il 2014, quando ha sostenuto le proteste di piazza Maidan, è diventata paramedico ed è stata messa a capo dell’unità ‘Gli angeli di Taira’ che opera nel Donbass da tempo. Il 21 o 23 febbraio, non ricordo esattamente, è andata a Shirokino per aiutare la popolazione, perché sapeva della possibilità di un’invasione russa nell’est, non poteva prevedere una guerra in tutto il Paese”, ha detto sempre la figlia. “Dal 24 febbraio al 14 marzo, siamo rimaste in contatto, io avevo già lasciato l’Ucraina. Non era possibile parlare tutti i giorni e il 5 marzo abbiamo avuto una conversazione piuttosto lunga rispetto al solito in cui mi riferiva che l’ospedale dove operava era pieno di feriti”, ha sottolineato la giovane.

Soltanto in un secondo momento si è diffusa la notizia della prigionia ed è partita la mobilitazione per farla liberare: “Ora ho una missione importante in Europa: viaggio in diversi Paesi come attivista, rappresentando gli interessi di mia madre e di altre 500 donne prigioniere. Sono già stata ricevuta al quartier generale delle Nazioni Unite a Vienna e a Bruxelles, dove ho incontrato i rappresentanti del Parlamento europeo”. Si batterà fino alla fine Anna Sofia per salvare la madre, riabbracciarla.