Draghi

Caro Draghi, la politica non è un lavoro

«È che a te manca la poesia…». Questo e nulla più avrebbe sussurrato l’ingenuo Maurizio del film cult «Sapore di mare» a Mario Draghi, che oggi alla conferenza stampa che ha avuto luogo subito dopo il via libera del Cdm alla riforma della Giustizia, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha detto: «Io federatore del centrodestra? Lo escludo. Ho visto che tanti politici mi candidano a tanti posti in giro per il mondo, mostrando grande sollecitudine. Li ringrazio anche eh… Ma vorrei rassicurarli che se decidessi di lavorare dopo questo, un lavoro lo trovo da solo…». L’ha affermato quasi seccato; con un tono assai lontano da quello premuroso con cui lo scorso 22 dicembre rivolgendosi ai cronisti aveva asserito: «Io non ho particolari aspirazioni di un tipo o dell’altro. Sono un uomo, se volete un nonno, al servizio delle istituzioni». Il nonno (espressione che non mi ha mai molto convinto) ha ceduto il passo di nuovo al banchiere, all’uomo concreto, forse stanco di essere tirato per la giacchetta. Lo stesso atteggiamento distaccato, se vogliamo, che aveva avuto quando giunto a Palazzo Koch dopo l’incarico di governatore di Bankitalia, al commesso che gli si era fatti innanzi per prendere la sua borsa, rispose: “Grazie, faccio da solo”. Pratico, tanto da aver fatto del «pragmatismo quasi una forma di snobismo», come ha scritto Stefania Tamburello nella biografia a lui dedicata. Ma le parole hanno un peso ed è giusto rifletterci su.

Dopo il 2023 quindi cosa accadrà? Da quanto si è capito Draghi si riposerà o perlomeno sarà lontano dalle cosiddette “stanze dei bottoni”: «Ho già risposto. Chiuso. Vorrei esser chiaro!». Niente ingresso in politica, nessun partito che faccia capo a lui. L’aveva già detto? Fatto capire? Beh, può darsi che Draghi abbia ragione, forse siamo stati noi ad aver sperato che fosse molto più di un semplice tecnico. Assai più di ciò che è diventato e che potrebbe essere. Perché la politica non è un lavoro. È una missione. L’ha spiegato bene il capo di Stato Sergio Mattarella in un incontro con gli studenti di diverse scuole medie nel 2019: «La politica è un’attività fortemente impegnativa che richiede una dedizione alle volte completa, perché le scelte politiche in un grande Paese come l’Italia sono impegnative, complesse, non possono essere adottate in maniera approssimativa, senza approfondita preparazione e studio, non possono essere prese per sentito dire». E a chi lo aveva incalzato il presidente della Repubblica, con il suo modo di fare affabile, aveva risposto: «No, non è un mestiere. Se voi mi chiedeste qual è il mio mestiere, la mia professione, risponderei che ormai sono pensionato ma la mia professione è insegnare diritto all’università. Quello è il mio mestiere, il mio lavoro. L’impegno politico è una cosa in più, è un impegno aggiuntivo a quella che è la propria dimensione nella vita sociale». 

Con le sue dichiarazioni in conferenza stampa è come se Mario Draghi avesse rimarcato la sua lontananza da tutto questo, da quella missione stessa che è la politica, che ha in sé molto di poetico come la scrittura del romanzo collettivo e pochissimo di prosaico come la ricerca di un lavoro. È la contrapposizione tra l’«io» e il «noi»; le esigenze del singolo contro quelle della collettività. Quel senso di moltitudine, che è poi alla base dell’origine della parola “politica”. Dall’aggettivo greco πολιτικός, a sua volta derivato da πόλις, città. E quest’ultima è “il luogo dei «molti» (οἵ πολλοί), è anche il luogo che fa di tali molti un insieme, una «comunità» (κοινωνία). Non stupisce allora che la parola πολιτικός («politico») e la parola πόλις («città») condividano la medesima radice πολ- della parola che dice «i molti» (οἵ πολλοί)”, come si legge sulla «Treccani». Tanto di cappello allora a un “banchiere” come il presidente Macron che per governare la Francia ha fondato un partito.

Intendiamoci io sono convinta  che Mario Draghi stia facendo del bene all’Italia, altrettanto sono però dell’avviso che la politica sia qualcosa di troppo serio per lasciarla a chi la considera nient’altro che un «impiego». E siccome sono pure consapevole che intimamente l’ex numero uno della Bce sia un «civil servant», per usare un’espressione anglosassone, spero davvero che il 2022 gli serva per smaltire l’amarezza (forse per Quirinale?) e che cambi idea, ci ripensi. O saremo costretti a dare ragione alla moglie, Maria Serena Cappello, quando a marzo del 2018, davanti al seggio elettorale presso il liceo Mameli di Roma, dove si era era recata con il consorte per andare a votare, disse: «Lui non fa il governo, non è un politico». Infranta la prima, visto che a febbraio del 2021 Draghi ha prestato giuramento a Palazzo Chigi, avevamo dato per scontata che fosse non vera anche la seconda.