Manuale d’uso per procedere verso il partito liberaldemocratico


Prima di tutto, occorre ringraziare Luigi Marattin e Enrico Costa che, mettendoci la faccia – cosa che non è mai scontata – con la loro iniziativa, ci permettono di uscire da una logorante situazione di attesismo, aspettando il mitico Godot.

Detto questo, ci sono considerazioni preliminari da acquisire come imprescindibili. Se si pensa di ripartire, per dirla alla Tortora, da dove ci eravamo lasciati, cioè da un Terzo Polo incentrato sulla leadership di Calenda e Renzi e sulla unione/sommatoria delle classi dirigenti di Azione e Italia Viva, sarebbe un errore madornale. Quel Terzo Polo è morto e sepolto, non solo per lo scontro leaderistico e ormai irreversibile, ma soprattutto per la scarsa – se non nulla, salvo rare eccezioni – coesione territoriale tra i due micro partiti. Coesione apparente e nulla più.

La narrazione secondo cui nell’area del Terzo Polo si era d’accordo su tutto e il fallimento del partito unico è dovuto soltanto alle bizze dei protagonisti, non corrisponde a ciò che realmente è accaduto nella gran parte dei territori, dove hanno prevalso diffidenze e scarsa volontà di procedere a una reale integrazione, a difesa dei reciproci ruoli e responsabilità, e il più delle volte intenzionati a sterminarsi.

Se il nostro elettorato di riferimento era ed è quello astensionista, quell’elettorato ha bisogno di tutto tranne che di una classe dirigente precostituita, e peggio ancora di rappresentare la truppa cammellata di quella classe dirigente precostituita. La costruzione del partito nuovo e non più unico deve vedere la partecipazione di ognuno, a prescindere dai ruoli di responsabilità in essere, e avere il coraggio di mettersi in discussione e in gioco per definire una nuova classe dirigente fondata sulle competenze e sul merito. Le competenze non si esauriscono in quelle presenti dentro le attuali strutture di partito e nei vari livelli istituzionali. Fuori da esse c’è un mondo che lavora, studia, fa impresa, fa volontariato, che è in grado di assumersi responsabilità di azione politica e di governo ai vari livelli.

Essere eletti non basta per essere bravi politici e nemmeno il consenso è sufficiente. Una nuova classe dirigente, per essere guida di una comunità, deve sapere attingere al pozzo della sapienza, individuare una gerarchia di valori e incarnare legami che non possono essere ridotti a interessi individuali o di parte, né a vincoli giuridici tra elettore ed eletto. In questo senso, la perdita di credibilità non riguarda solo i due leader, ma investe, salvo eccezioni, tutta la classe dirigente dei due partiti, e ha pochissimo senso politico stilare graduatorie quando la responsabilità non può che essere plurale.

Queste sono le considerazioni preliminari ma basilari per poter procedere all’edificazione del partito nuovo e non ripiombare in un nuovo fallimento. Quindi, non può esistere un “dove eravamo rimasti”, ma è necessario consapevolmente accettare l’idea di ripartire da un foglio bianco, da un punto zero, oltre i vecchi steccati, i vecchi paradigmi, le vecchie etichette, oltre il pensiero “contro”, oltre i capri espiatori, oltre le leadership incentrate sulla ricerca del consenso.

Il limite maggiore del fu Terzo Polo è che non poteva essere credibile come alternativa al bipopulismo sovranista illiberale, in quanto le forze politiche che lo componevano rappresentavano un’area politica sostanzialmente costituita da ex PD, leader compresi, strutturalmente caratterizzata da tutti i principali vizi della sinistra: liderismo, settarismo, culto della personalità, presunzione di superiorità. Contestualmente, non ci si può limitare a rivendicare la ragionevolezza del programma e il buon senso delle proposte. Si dovrà mettere in campo una narrazione attraente e su un posizionamento coerente con i nuovi paradigmi indotti dall’epoca 4.0, consapevoli della portata storica intrinseca nella costruzione del partito liberaldemocratico.

Una narrazione che non deresponsabilizzi gli individui di fronte alle incertezze, ma anzi li incoraggi a trovare le tante luci che la nostra epoca nasconde nelle sue apparenti ombre. Una narrazione positiva e sorridente che metta al centro i valori della responsabilità individuale e del talento. Una narrazione profondamente umanistica, fondata sull’idea che ciascun individuo possieda le risorse per promuovere la propria emancipazione, anche quando, a fronte di opportunità che si schiudono, ci sono garanzie che si esauriscono, consapevoli che le opportunità dobbiamo conquistarcele.