La vera sfida della fase2 per la ripresa


Dopo quasi due mesi dal blocco per la pandemia, finalmente dal 4 maggio partirà la fase due della ripresa progressiva delle attività economiche. E’ un momento importante perché non solo costituisce il necessario passo per l’auspicato ritorno alla normalità, ma anche perché solo dopo l’entrata a regime delle attività produttive potrà essere calcolato correttamente il danno reale causato ai vari comparti del sistema economico dal Covid-19 e quindi procedere alla valutazione delle misure di ristoro.

Ecco perché la generale pressante richiesta di aiuti economici al momento stenta a distinguere tra la fase 1 dell’emergenza, che è quella attuale e che comporta l’esigenza di assistere gli infetti e fornire provvidenze per garantire dignità e sopravvivenza alla cittadinanza, oltre che la liquidità alle attività produttive per assicurarne la capacità di riaprire, e la fase 2 della ripresa economica vera e propria.


La seconda fase, infatti, comporta strumenti diversi, non solo la necessaria quantificazione delle perdite effettive settore per settore, atteso che ci sono comparti dell’economia che non ne hanno avuto, ma anche e soprattutto le strategie di intervento, dalle quali sarebbe corretto escludere ipotesi di provvidenze a pioggia, che non servono certamente a fare sistema, e non fanno neanche onore a chi li concede.

Ma quali strumenti di sostegno ha dato l’Unione Europea fino ad ora in ordine alla pandemia?

Prima del 23 aprile aveva già dato con la BCE la disponibilità di circa 3.000 miliardi di € di cui 1120 miliardi per l’acquisto dei titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Euro Zona in difficoltà, per contrastare la speculazione sullo spread dei mercati, con una quota per l’Italia di 240 Miliardi di €, e 1.800 Miliardi di € per finanziare famiglie e imprese con problemi di liquidità, mentre da parte della Commissione UE è stata disposta la sospensione dei limiti imposti dal Patto di Stabilità, che hanno consentito al governo di emanare il decreto di marzo “Cura Italia” con 25 Miliardi di € e 350 miliardi di liquidità, il decreto di aprile che ha aumentato la liquidità di altri 400 Miliardi di € per i prestiti con garanzia di stato alle imprese, ed ora il decreto in preparazione di 55 miliardi di €, che hanno già prodotto alcuni significativi risultati. Nella riunione del 23 aprile, in aggiunta a tali misure, i leader europei hanno approvato la strategia delle quattro azioni a sostegno della ripresa economica dei Paesi Europei consistenti nel Fondo SURE, e cioè una misura per sostenere le indennità di cassa integrazione destinate ai lavoratori, che per l’Italia vale 17 Miliardi di €, i finanziamenti ai progetti d’impresa della BEI, che vale per l’Italia circa 30 miliardi di € e il MES che vale per l’Italia 36 Miliardi di €.
Su quest’ultimo punto fino al 24 aprile alla Camera dei Deputati si sono registrate forti critiche da parte dei gruppi sovranisti, contro una misura che in effetti non presenta alcuna delle problematicità che le vengono contestate. Infatti l’attuale proposta di accesso ai 36 miliardi del MES non riguarda neanche lontanamente l’esperienza della Grecia, e non solo perché è un prestito totalmente privo di condizionalità, a parte il solo obbligo di essere utilizzato per le spese sanitarie, ma perché nei fatti si tratta di un prestito conveniente, che comporterebbe la concessione di 36 miliardi da restituire in 5 anni, al tasso negativo dello -0,30%, con un guadagno di 100 milioni di euro l’anno, con cui potere effettuare molte delle spese di investimento per migliorare strutturalmente la sanità italiana e dare maggiore sicurezza alla salute dei cittadini.

Inoltre il rischio MES è una balla spaziale, perché il meccanismo del commissariamento della Troika può scattare solo in presenza della manifesta impossibilità del Paese debitore di restituire le somme ricevute in prestito, quindi di importi tali da rischiare il default. Mai potrebbe accadere una cosa del genere per soli 36 Miliardi di €, che costituiscono una cifra insignificante perfino per la Grecia. L’insieme delle misure concesse dall’UE e già approvate il 23 aprile comporta per l’Italia un aiuto complessivo di circa 83 miliardi di €, oltre ai 240 Miliardi della BCE, ma la vera novità è la quarta misura, consistente nella inedita creazione di un fondo che, per impegno della Presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen, dovrà operare nell’ordine di non meno di altri 1.500 Miliardi di €, di cui almeno 200 Miliardi di € per l’Italia e che conterrà misure sia di credito che contributi a fondo perduto per la ripresa.


Uno strumento che è quanto di più vicino possa esistere ad un eurobond, chiamato Recovery Fund. una misura con garanzia della Commissione UE, chiesta dai paesi più in difficoltà, che di fatto è stata accolta all’unanimità, compresa la Signora Merkel, che si è limitata ad osservare l’esigenza di una Europa più omogenea quanto a spese e a tasse, sottintendendo l’opportunità di un maggiore rigore sulla spesa.

Ed è questo il punto vero della questione e cioè che il governo passi subito alla urgente definizione delle strategie sia di impiego dei fondi, che di controllo della loro gestione.
Questa è un’occasione unica per l’Italia, perché è in procinto di arrivare una massa enorme di risorse per consentire al nostro sistema economico di guarire dai danni della pandemia, ma anche e soprattutto dai vecchi vizi e disfunzioni che ne hanno minato le capacità di crescita virtuosa. Una battuta in voga negli anni novanta paragonava l’economia italiana ad una Ferrari che correva con il freno a mano tirato. Il freno di una burocrazia pubblica a tutti i livelli istituzionali, il cui unico problema sembra essere quello di non fare funzionare la macchina amministrativa.
La priorità è quindi aggiustare la macchina amministrativa con due interventi: la semplificazione massima delle procedure e l’introduzione di controlli efficaci per evitare abusi e illegalità. Una semplificazione da estendere anche allo strategico sistema del credito, tra i più farraginosi del mondo. E ancora l’esigenza di selezionare un pool di manager con capacità e competenze per fornire alla pubblica amministrazione il supporto per una strategia di utilizzo efficace ed integrale delle risorse per potenziare il sistema produttivo nazionale, a partire dal superamento del gap infrastrutturale, tecnologico e digitale del Paese, ed una rete di servizi alle imprese per renderle più attrezzate nella sfida della competitività europea e mondiale. Questi alcuni esempi non esaustivi delle possibili finalizzazioni delle risorse, per far sì che l’Italia non perda l’appuntamento per invertire la tendenza al declino. Solo così l’Italia, dopo trent’anni di stentata crescita del PIL alla media dell’1% l’anno, per le sciagurate politiche clientelari adottate dai vari governi, sarà in grado di fare molto di più, perché avrà finalmente rimosso quel freno a mano e la Ferrari potrà correre liberamente e conquistare tutti i record che le sue oggettive capacità le consentiranno, in linea con le più forti economie d’Europa e del mondo.

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